Aristocratica inettitudine

l'adeguatezzaa dell'eleganza

Alzarsi la mattina con un quartetto d’archi dal vivo che suona il William Tell dall’anticamera della camera da letto, fare colazione in accappatoio di seta seduto su di una poltroncina sul terrazzo dell’attico con un caffè perfetto leggendo il giornale di dopodomani (te lo puoi permettere). Vestirsi con l’abito di alta sartoria preferito, cravatta rigorosamente di Marinella e fare un cenno al  maggiordomo in riverente attesa, il quale sporge un vassoio su cui dovrebbe essere ordinatamente disposta una serie di 6 paia di chiavi di auto tra cui scegliere..

Ma c’è un problema..

Sul vassoio non ci sono chiavi.. ma una tesserina di carta…

–          Alfredo cosa significa? Dove sono le chiavi della Morgan?

–          La Morgan è a fare il tagliando, signore..

–          Ah.. beh allora la Rolls.. magari è un po’ appariscente ma ..

–          La Rolls è in attesa del cambio gomme signore.. sa.. pneumatici di quella taglia  bisognava ordinarli..

–          Cazzo Alfredo.. preparami L’Aston allora..

–          Mi rincresce Signore.. non ho fatto in tempo ad avvertirla.. Sua moglie ha preso  l’Aston stamattina per andare in palestra..

–          Mi sembra giusto.. la mia Maser..

–          Spiacente Signore…

–          La Lotus..

–          No signore..

–         la Grande Pun… no lascia stare.. … ho capito l’antifona… cos’è questo pezzo di carta qui?

–          È un biglietto della metro signore.

–          E cosa fa?

–          Le fa prendere la metro signore.

–          Ah.. in effetti… eh vabè… non sarà mica poi così difficile, no Alfredo?

–          Certo che no signore.

Purtroppo però difficile lo è davvero.

Infatti, questo distinto individuo è palesemente fuori luogo.

Il suo elegante portamento lo fa distinguere tra la folla come un calice di amarone in mezzo a tanti cartocci di Tavernello, ma è impacciato e insicuro.

Il suo abito di squisita fattura è di un nero talmente perfetto che ti chiedi se in realtà non stia curvando la luce stessa,  diversamente dal 100% poliestere dei colletti bianchi che gli sfrecciano attorno (tra cui il tuo)

Al tornello però gli ci vogliono tre tentativi per capire come funziona il biglietto, e quando le piccole paratie di vetro si aprono per lasciarlo passare, per poco non rimane fuori lo stesso.

Chiaramente, leggere sul tabellone la direzione da prendere non è cosa da farsi.. quindi ferma il primo passante a caso per farsi indicare la strada, che ovviamente sei tu, e pone la domanda in modo che sia il più difficile possibile rispondere:

-Scusi.. scusi Lei.. per andare in corso Stati Uniti angolo piazza Tienanmen, che treno deve prendere?-

“Minchiachedomandadimerda” è il pensiero che ti attraversa i lobi frontali veloce come la metro che hai appena perso. Devi pensarci… la tua cpu lavora… attivi googlemaps mentale…

–          guardi.. di lì va in direzione Lingotto.. e di là in direzione Fermi.. per andare …                 dove dice lei… andrei di là.

–           e dove devo scendere?-

Altra elaborazione della tua cpu.. che intanto ha dedicato una parte della tua ram a insultarlo..

–          Guardi, secondo me deve scendere a Re Umberto-

Siccome è tutto dovuto, il  “grazie” non esiste. Annuisce a mo’ di “bravo risposta esatta” e si incammina nella tua stessa direzione. Aspetta semi smarrito sulla tua stessa banchina ed entra nel tuo stesso vagone.

La voce fuori campo dice –“dindon.. prossima fermata Principi d’Acaja”-..

vedi che ti rivolge uno sguardo a metà tra la richiesta d’aiuto e l’ordine di un caffè macchiato al bar.. vabbè ti ricordi che in fondo fai finta di far parte dei “buoni”, e scuoti la testa.

“dindon.. prossima fermata Diciottodicembre”

sguardo un po’ meno richiesta d’aiuto e un po’ più ordine al banco. Scuoti la testa.

“dindon.. prossima fermata Porta Susa”

Sguardo di   “il caffè arrivato in ritardo  e per di più ti sei dimenticato di macchiarlo. “

ah si? T’aggiusto io:

–              Si è qui. Buona giornata-.

E meno male che è sceso senza dire grazie.. se no finiva pure che ti faceva sentire in colpa.

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